Nelle puntate precedenti

Nel primo giorno, le persone si stavano chiedendo se fossero a casa o su scherzi a parte, e non vedendo Teo Teocoli e Gene Gnocchi della prima edizione in giro per le stanze, si erano messi comodi sul divano a guardare la televisione, o per essere ancora più specifici i telegiornali, nel quale si parlava solo di contagio.

   Un contagio evitabile soprattutto cospargendosi le mani di gel disinfettante, indossando una mascherina, evitando gli assembramenti ed evitando di tossire o starnutire in giro, o di farlo se possibile “nel gomito della giacca”, stile “dab move”, la mossa che tanto va di moda tra i giovani.

   Successivamente alla notizia, le persone erano andate tutte insieme a caccia di una farmacia che avesse disponibili quei prodotti. Qualcuno era anche in cerca di gomiti della giacca, perché come al solito non aveva capito un cazzo. 

   «Scusi, farmacista… avete per caso un gomito della giacca?» aveva domandato addirittura un signore prima di essere scaraventato fuori a pedate dalla farmacia, che di quel presumibile sarcasmo non ne aveva bisogno.

   Alle sei di sera, i farmacisti avevano cominciato già a dare i numeri. Di testa; perché quelli per le code li avevano terminati verso mezzogiorno.

   Scoperto in tarda sera che quei prodotti erano ormai introvabili, i più valorosi Youtuber si erano cimentati a dispensare tutorial nella rete spiegando per filo e per segno come realizzare quei prodotti in casa. Ci trovavi di tutto: da quello con il cappello da chimico e il bilancino che tagliava l’alcool con l’amuchina in perfetto stile Romanzo Criminale, alla nonna che produceva mascherine con il rotolo da cinquecento metri della Carta da Forno, una spillatrice ed elastici da ufficio.

   Dopo essermi intrattenuto con quei video sul cellulare, scoprendo che quel gel avrei potuto produrmelo con lo stesso boccione di alcool comprato giorni prima per provare a fare il limoncello – che sarebbe venuto probabilmente meglio del primo tentativo (andato male) – pensai di dedicare il mio tempo in tutt’altra maniera.

   Ma la vita a volte è proprio strana ed alcune cose ti capitano nei momenti più sbagliati, quando proprio non l’avresti mai detto. E così, seduto sul divano e provato ad accendere la televisione, mi ero subito reso conto che quella maledetta aveva deciso di abbandonarmi proprio nel momento del bisogno. Non era cominciata bene, e dai cinquantacinque pollici di cui ancora mi rimanevano dodici rate da pagare, mi ero ritrovato ad utilizzare un umile trentadue, tenuto fino ad allora per adornare la camera da letto. 

   Il secondo giorno le persone avevano capito che non era uno scherzo manco per niente e così si erano dirette tutte insieme appassionatamente dentro ai supermercati, nel tentativo di svuotarli e non terminare le scorte di generi alimentari.

  Si vedeva uscire dai supermercati gente con il carrello pieno. Di stronzate, soprattutto. Roba di cui non sapevano nemmeno l’esistenza fino ad allora, tipo il lievito per fare il pane a casa, o i biscotti con la Nutella, che sia mai finiscano.

  Le file fuori dal supermercato erano interminabili, ed i telegiornali avevano spostato l’attenzione proprio su questa emergenza, ripetendo a gran voce che non c’era il reale pericolo che le scorte alimentari si esaurissero, e le persone ne erano coscienti. Quello che però non avevano capito i giornalisti era che i cittadini chiusi in casa non sapevano davvero cosa fare, a parte cercare di imitare qui cuochi ormai di moda come simboli del cristianesimo.

  Nel frattempo, i contagiati avevano superato quota quindicimila ed un nuovo decreto imponeva la serrata di tutte quelle attività non necessarie al soddisfacimento dei bisogni di prima necessità. 

  Tutto chiuso, insomma: ristoratori, baristi, albergatori, artigiani e commercianti erano stati costretti, senza una garanzia sul proprio futuro, a rimanere in casa, senza possibilità di fare altrimenti.

  In strada ci sarebbero stati severi controlli e chiunque fosse stato trovato a passeggiare senza una motivazione di stretta necessità sarebbe stato sanzionato e denunciato penalmente.

   Le strade si svuotarono, ed il clima cominciò a diventare sempre più surreale. E lo diventò ancora di più il pomeriggio, quando le persone si misero in finestra a cantare inni nazionali e a regalare scene pittoresche sulle quali rideranno intere generazioni.

  Li osservavo chiedendomi per quanti giorni ancora sarebbe potuto durare quell’entusiasmo germogliato su un terreno che prima o dopo sarebbe stato devastato. Durò giusto quel tempo utile a valutare quanto noi italiani siamo davvero dei veri artisti. Sulla rete circolavano video di ogni genere, difficilmente documentabili in poche righe ma che meriterebbero senza dubbio oscar dedicati. Non mi meraviglierei se al prossimo festival del cinema vi partecipassero anche questi artisti in una categoria a parte.  

   E poi c’erano i flash mob; ognuno, tramite catene di Sant’Antonio, riceveva un orario differente, così li vedevi praticamente in balcone a tutte le ore a cantare. Le canzoni che andavano per la maggiore erano l’Inno di Mameli, che tutti cantavano a caso perché nessuno sapeva le parole, poi c’era Azzurro di Adriano Celentano e L’italiano di Toto Cotugno, che fino a qualche giorno prima sentivi cantare sulla metro dal primo straniero con la fisarmonica, in cerca di carità.

   Qualcuno a Roma aveva provato anche a mettere l’inno della propria squadra di calcio, ma si era poi ritrovato a dover fare i conti con energumeni di vario genere appartenenti ad altre fedi calcistiche. 

   Verso il quarto giorno, in Italia già si contavano le prime bilance distrutte. Si mangiava, e non per nutrirsi ma proprio per passare il tempo, perché quando uno non ha niente da fare comunque mangia tutto quello che si trova davanti. Nel frattempo, i dati che venivano diffusi non erano affatto confortanti. 

  Sembrava assurdo e invece era tutto vero. La situazione era realmente drammatica, me lo avevano confermato amici e conoscenti residenti nelle più colpite zone del nord d’Italia.

   Lo continuavano a ripetere nei telegiornali ed in tutti i programmi a qualsiasi ora. Anni prima, alle due di notte trovavi le linee erotiche con la signorina che ti mostrava le parti intime, ora invece ci trovavi la scienziata che dava lezioni di chimica molecolare. 

  Secondo me si trattava della stessa signorina di allora che si era dovuta adeguare a necessità, tanto che la sera prima avevo continuato a seguire la trasmissione sperando che presto si sarebbe tolta il camice. Niente… per un’ora intera aveva perseverato a parlare del maledetto virus. Come si trasmetteva, quanto durava, cosa bisognava fare in caso di contagio e cosa bisognava fare per prevenirlo. Pareva che non ci fosse un vaccino, e che li stessero ancora sperimentando. Quindi, da quello che avevo capito, l’unica cosa certa era la classica toccata di… ferro (avrei scritto palle, ma vorrei mantenere un linguaggio tollerabile in questo contesto).

   Ne parlava la scienziata, ne parlavano sui social personaggi pubblici, sportivi, attori e pure le comparse, quelle che sembra non contino mai un niente e invece sono essenziali, specialmente in alcuni film. 

   Te lo ricordavano tutti, come se già non ne avessi avuto pieni i neuroni (o i coglioni) di informazioni. 

   Ricordati… di non uscire di casa! C’è il Coronavirus, capito? E… tornando alle comparse, mi era venuto in mente lui, il predicatore del film Non ci resta che piangere. Il suo ruolo era ripetere fino all’esasperazione: «Ricordati che devi morire».

   «Come?» rispondeva Massimo Troisi.

   «Ricordati che devi morire!»

   «Va bene!»

   «Ricordati… che devi morire!» ribadiva con fervore il predicatore.

   «Sì sì, no… mo me lo segno proprio» concludeva l’indimenticabile attore.

Proprio così, te lo ripetevano fino alla morte, tanto che avevo pensato che a breve lo avrebbero stampato anche sui rotoli di carta igienica, in modo da memorizzarlo ancora meglio: #iorestoacasa. 

   Ma in verità saresti rimasto proprio sulla tazza, anche perché in pochi giorni ti eri mangiato pure i croccantini del gatto con annesso “spezzatino alla gattara” (trovate la ricetta su YouTube). 

   Non sapevo per quanti giorni sarebbe durato tutto questo, ma se la quarantena si sarebbe protratta fino a Pasqua, anziché il prete per la benedizione, sarebbe stato possibile vedere passare qualcuno per la distribuzione dei preservativi gratis, visto che i distributori erano stati letteralmente presi d’assalto e svuotati come un barattolo di cioccolata in un periodo di crisi esistenziale. D’altronde, dentro casa prima si mangia e poi si scopa. Per terra, ovviamente.

   In ogni caso se io fossi stato l’amministratore della Durex, per farli acquistare anche online avrei fatto sicuramente passare a ripetizione una pubblicità con un condom parlante: Se dalla quarantena non vuoi uscire minimo in tre, amico caro… ricordati di me!

   Nel frattempo, col susseguirsi dei giorni erano già usciti quattro moduli diversi di autocertificazione, necessari a comunicare ai vigili, nel caso ti avessero fermato in strada, il motivo dello spostamento, che doveva appunto essere obbligatoriamente per motivi di stretta necessità.

   Fonti inattendibili mi avevano comunicato che i Baci Perugina uscivano dalla fabbrica con i moduli dell’autocertificazione auto-aggiornanti, anziché con il classico bigliettino. Rimaneva invece invariato il contenuto che fortunatamente… non solo se magnava, ma continuava a regalare gioie! 

   Al contrario di quei moduli, reperibili su quasi tutti i siti di informazione, i medici e gli operatori sanitari cominciavano ad essere introvabili e le stesse fonti poco attendibili mi dicevano che gli atenei si stavano sbrigando a far laureare gli studenti, che per paura di andare in trincea stavano rifiutando anche i cento dieci e lode. 

  Verso il quinto giorno avevo cominciato a spegnere la televisione: tutto quell’allarmismo comprendevo che alla lunga non mi avrebbe fatto bene, e me lo aveva confermato anche un noto neurologo durante uno dei soliti salotti televisivi, nel quale aveva voluto lanciare un messaggio alle persone che lo seguivano da casa.

   «È importante, in questo momento, volgere la testa altrove cercando di non pensare a quello che succederà, perché anche volendo in questo momento non sarebbe possibile fare alcun programma. Sarà importante cambiare le abitudini di vita, continuare a fare esercizio fisico in casa e soprattutto evitare di sentire a tutte le ore i telegiornali, specialmente la sera per non disturbare il sonno. Ma cosa ancora più importante e questo lo do proprio come consiglio: dovrete…».

A quel dovrete purtroppo la mia televisione si era spenta per un black out elettrico nel palazzo. 

    Verso la mezzanotte del sesto giorno, sdraiato in camera, avevo cominciato ad avere addirittura le visioni. Fissavo la televisione del soggiorno (rotta), e dentro ci vedevo tutto un altro film. Ero sicuro che sullo schermo fosse proiettata la famosa serie (nominata in precedenza) che ripercorre i passi della famosa banda della Magliana: Romanzo Criminale.

   Ma era diverso, c’erano solo i tre personaggi principali della prima serie: il Libanese, il Dandi e il Freddo accompagnati da quello che infine li aveva traditi, il Sorcio.

   Erano in riunione, dentro un centro scommesse, con la serranda abbassata; legato ad una sedia, c’era il famoso professore dell’intramontabile film anni Ottanta Ritorno al futuro; presiedeva la seduta lo storico capo: il Libanese.

  «Intanto non cominciamo a lamentasse, perché comunque dentro a quella specie de cacatore del futuro c’entravano massimo cinque persone, compreso penna bianca, er guidatore che se continua a dimenasse je sparo na palla in fronte e quella chioma bianca je la faccio diventa’ roscia. Ho dovuto fare una selezione, in base alle competenze… detto questo, prima de tutto se prendemo piazza Vittorio, tanto i cinesi so’ tutti chiusi» aveva cominciato.

   «Tu, Fre’, te travesti da vigile e vai a fare le multe per Roma. Tu, Sorcio me tagli l’alcool con la candeggina e ce prepari l’amuchina.»

   «E io Libano, che faccio?» aveva chiesto il Dandi, famoso per le sue virtù da don Giovanni.

   «Tu te ne stai bono qua e eviti d’anda’ per zoccole, che se non era per colpa tua il commissario Scialoia stava ancora a gioca’ a Monopoli con le banconote segnate. E se non c’era “penna bianca” che ci riportava nel futuro con quella specie de macchina, eravamo già terra per concime! Che poi avete visto adesso l’ispettore con chi sta? Una biondona da paura che se chiama Laura Chiatti, ma nun è chiatta manco per niente. È andato a finire pure sui giornali, solo che c’aveva un altro nome, sarà per copertura. Non mi ricordo qual era. L’unica cosa certa è che s’era tagliato quel baffo da trucido, finalmente. Ma ce pensate quando mangiava la pasta al sugo quel baffo che diventava?»

   «Ho capito Libano, ma come famo a gira’? Hai sentito er vecchio penna bianca, ci sta un’ordinanza; dice che non possiamo uscire di casa e che se ci beccano ci danno fino a dodici anni» aveva risposto il Freddo.

   «Eee… dodici anni, e che sarà mai diventato usci’ de casa, ‘n omicidio colposo… ‘na rapina a mano armata!» replica ancora il capo. «Non ve preoccupate, ci ho già pensato io. Ho chiesto a penna bianca il numero di un commercialista.»

   «Il commercialista, e che se mettemo in mano alla concorrenza, n’altro ladro?» aveva chiesto Freddo, infastidendomi non poco per quell’affermazione.

   «Non hai capito. S’aprimo tutti la partita Iva. Tu, Freddo, farai lo stagnaro, co tutti i cessi attappati avoija a girà per case. Tu, Dandi, come t’ho detto è meglio se non esci, ma se proprio non ne puoi fare a meno, e tanto già so che comandato dal pelo de fa’ stronzate non ne potrai fare a meno, te vesti da vigile e vai a fa’ le multe per Roma. Mi raccomando, imparati la battuta del Whisky maschio senza raschio, perché se ti beccano hai la partita Iva come attore. A te Sorcio non ti serve niente, lì trovi i boccioni dell’alcool, acqua e amuchina. Poi quando te sei stancato de gioca’ al piccolo chimico, lì sopra ce sta ‘na chilometrata de carta da forno, l’elastici e ‘na spillatrice: te dai alle mascherine.»

  «Ho capito, ma se viene qualcuno a gioca’ la schedina?» aveva replicato il Sorcio.

   «Tranquillo, hanno bloccato pure er campionato.»

   «Allora dev’esse proprio roba seria, ma nun è che sta a fini’ proprio er mondo?»

  «No, nun t’agita’, m’ha detto er vecchio che doveva core a casa pe’ vede’ Uomini e Donne, lo facevano senza pubblico che rompe li cojoni. Dice che se lo chiamano per le selezioni, vuole essere aggiornato.»

   «Libano, una domanda», si era intromesso il Dandi. «Ma i soldi per cominciare chi ce li dà, chi sequestriamo ‘sta volta? Quelli ricchi stanno tutti murati dentro al villone e a fa’ la spesa ce mandano... (continua).

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